Al primo sguardo non abbiamo potuto che vedere un corpo messo a lavoro dall’industria culturale, un canto inquadrato all’interno di una specifico settore della macchina-intrattenimento. Un corpo, per quanto si disarticoli nel decostruirsi, è sempre soggetto a ciò che possiamo immaginare come la forza gravitazionale del capitale, la sussunzione. Una certa estetica, una certa erotica, una certa spettacolarità della performance sappiamo essere parte della trappola. La società dell’intrattenimento è golosa di provocazione, eccessi, presunta rottura di presunti tabù. Presunti non perché non gioiamo con Peaches della liberazione dei corpi, della proliferazione delle forme di vita possibili e incarnate, ma per l’ottica stretta e parziale che il corpo messo a lavoro produce. Esiste ancora un fuori? Quale il confine, ai tempi dell’iper produzione biografica, tra vita e opera?